Seconda assemblea: “Il conflitto”

Giovedì 23 si è tenuta presso il cinema Gloria la seconda assemblea di Istituto, sul tema del conflitto.

All’inizio della mattinata, grazie all’intervento dei relatori, l’avvocato Rossana  Novati e la dottoressa Valentina Broggi, sono state  analizzate la criticità e la modalità di risoluzione del conflitto- un’esperienza tanto pericolosa quanto facilmente verificabile.

E’ stato possibile anche  conoscere la nascente figura del mediatore familiare.

Abbiamo poi proseguito con la visione di “ Carnage”, film uscito nella sale l’anno scorso, diretto da Roman Polanski : una commedia che narra la storia di due coppie di coniugi, che si incontrano per parlare di una rissa avvenuta a scuola tra i rispettivi figli  dove l’iniziale intento di risolvere la questione si trasformerà in una lite furiosa.

L’idea di anticipare l’introduzione del tema che in seguito sarebbe stato trattato  dal film mi è parsa molto efficace: il dibattito è stato infatti molto partecipato ed interessante sia per i commenti degli esperti che per gli interventi di noi studenti.

Un’altra proposta innovativa dei rappresentanti è stata la distribuzione di foglietti  su cui  scrivere anche anonimamente la propria domanda per il dibattito.

Un modo “innovativo” insomma di strutturare l’assemblea che auspica un sempre maggiore coinvolgimento( anche dei più timidi) e che penso sia utile applicare anche ai prossimi eventi.

Martina Botta

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Santa Giovanna dei macelli

Il Piccolo Teatro Grassi di Milano ha ospitato, dal 28 febbraio al 5 aprile, una nuova Santa Giovanna dei macelli, primo incontro del regista Luca Ronconi con il teatro di Bertold Brecht. Il dramma del 1930 esamina, rincorrendo l’attivista santificata Giovanna Dark e il “re della carne” Pierpont Mauler, le tristemente attuali relazioni fra industriali, operai e benefattori. Sullo sfondo, un’inospitale Chicago in pieno ’29.

Ronconi prende coraggiosamente le distanze sia dalla funzione didattica brechtiana sia dallo schema rappresentativo fissato da Strehler. Si sceglie quindi di spostare l’attenzione dalla dimostrazione ideologica all’approfondimento dei rapporti fra i personaggi, architettando un’opera tanto dichiaratamente infedele all’originale quanto maestosa – e allo stesso tempo tagliente, soffocante, lieve, spietata, solenne,  toccante e ironica.

E’ così che il testo di Brecht riacquista inaspettatamente vita, e lo fa con una crudezza tanto sottile e nauseante da non poter non ricordare la favola nera di Sweeney Todd, celebre quanto anonimo romanzo della tradizione inglese. Paragone avvalorato anche a livello contenutistico dall’analisi di Cristiano Armati, il quale ha sottolineato come il diabolico barbiere di Fleet Street debba leggersi quale “metafora di un capitalismo che, dopo aver trasformato le persone in merce (o, come usano dire gli economisti, in “forza lavoro”), non ha più nessun altra alternativa che quella di divorare se stesso”. Letteralmente, ci verrebbe da aggiungere dopo aver assistito al racconto della morte del signor Luckerniddle. Questa atmosfera luttuosamente fatalista si riflette nelle impressionanti e tragicomiche scenografie ispirate all’estetica scarna dei cartoon firmati Warner&Bros: il set sembra essere stato messo insieme a partire da prodotti A.C.M.E., la mitica, catastrofica e politicamente scorretta ditta dove si rifornisce Will il Coyote: vi figurano infatti carrucole giganti, teleschermi mobili e mastodontiche lattine di carne in scatola. Accantonato Dessau, il tutto viene accompagnato dalla grandiosità della Giovanna D’Arco di Verdi.

Ma a spiccare sull’essenzialità polverosamente steampunk delle scenografie e sulla lieve crudeltà dell’intreccio è, come anticipato, uno scontro fra psicologie. Le diverse personalità, in contraddizione con il mondo e con loro stesse, si sviluppano senza mai perdere di vista quella platonica opposizione tra “anima alta” e “anima bassa” tratteggiata nelle battute finali. Sfilano Giovanna (Maria Paiato) delicatamente pedante e pedantemente delicata, Mauler (Paolo Pierobon) umanissimo antieroe shakespeariano, Slift (Fausto Russo Alesi) gentlemen deliziosamente demoniaco, la Luckerniddle (Francesca Ciocchetti) romantico rottame di donna, gli industriali tracotanti in disgrazia, gli ignavi membri dell’Esercito di Salvezza venalmente caritatevoli e masse proletarie di torbidi compagni (Roberto Ciufoli, Alberto Mancioppi, Giovanni Ludeno, Massimo Odierna, Gianluigi Fogacci e i giovani della scuola del Piccolo). Come nell’originale brechtiano, nessun personaggio può essere definito “completamente buono”; peculiarità sfruttata da Ronconi nell’ottica di una più profonda caratterizzazione dei personaggi: è impossibile non avvertire una nota stridente nei discorsi buonisti di Giovanna Dark, che, come una moderna Donna Prassede, dà l’idea di “prender per cielo il proprio cervello”. Ed è altrettanto impossibile non rimanere affascinati dalla tormentata e simulatrice interiorità di Pierpont Mauler, il quale, come uno schizofrenico nuovo Innominato, sembra essere nonostante tutto capace di una certa “grandezza nel male”.

Ci sarebbe ancora molto da dire ma, per concludere, in tre (brevissime!) ore questa Santa Giovanna dei macelli si è rivelata in grado di eccellere nei campi più disparati: ne sono esempi l’atmosfera suggestiva, il geniale allestimento delle scene, il ritmo vorticoso – “da maelestromm”, come ha suggerito Ronconi -, l’innovazione interpretativa, l’altissimo livello del cast. L’assenza di sbavature corona una tecnica pericolosamente vicina alla perfezione, capace di lasciare senza fiato. E, perlomeno nel mio caso, di riempire gli occhi di lacrime: non per la tragicità della vicenda – troppo cinica per commuovere-, ma per la sublime e rabbiosa bravura di Paolo Pietrobon. Una rappresentazione capace insomma di far amare il teatro, uno scopo altissimo, forse il più alto a cui uno spettacolo possa aspirare.

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Cowboy Bebop: the best sessions

C’è chi dice che i cartoni animati siano da bambini, ci sono adulti che volentieri si comportano da bambini e infine ci sono dei piccoli capolavori dell’animazione che solo gli adulti possono apprezzare, Cowboy Bebop è uno di questi. Per chi non lo avesse mai sentito posso dire che è un anime che non è solo un anime e ci sono cowboy che non sono solo cowboy; almeno sul bebop state certi che ce n’è eccome.

Moderni cacciatori di taglie si muovono nel sistema solare con le loro navette alla ricerca di denaro facile, vivendo avventure complesse ma dalle tematiche vicine alle nostre esistenze. Il tutto è accompagnato da una sontuosa colonna sonora, composta appositamente per le avventure di Cowboy Bebop dai Seatbelts, una band jazz/blues composta da musicisti giapponesi, statunitensi e francesi.

Il protagonista è Spike Spiegel, cacciatore di taglie dal passato oscuro, di aspetto simile a Lupin III. Sembra incarnare il ruolo dell’antieroe, dotato di un humor tagliente e spinto dall’interesse, tuttavia si dimostra un personaggio dall’animo profondo. Il suo miglior amico è Jet Black, anch’egli cacciatore di taglie, ex-poliziotto stanco della corruzione dilagante nelle forze dell’ordine. Faye Valentine invece è alla costante ricerca dei criminali per ripianare i suoi numerosi debiti, al punto che per sfuggire ai creditori scelse di ibernarsi per 54 anni. Il jolly è Ed, una ragazza fuori dal comune per le sue doti da hacker e dai comportamenti infantili, sempre accompagnata dal cane Ein. All’apparenza sembra essere fatta di gomma, tali sono le sue doti acrobatiche.

La serie tv è composta da 26 episodi, chiamati “sessions” in onore delle Jam sessions tipiche della musica jazz, ciascuna con un nome che richiama classici della musica moderna, come “Sympathy for the Devil” e “Bohemian Rhapsody”. Dall’anime sono nati una serie di manga ed un lungometraggio d’animazione, noto anche con il nome “Cowboy Bebop: Knockin’ on Heaven’s Door“. Da alcuni anni inoltre si parla invano di una trasposizione cinematografica con attori in carne ed ossa, in particolare con Keanu Reeves nel ruolo di Spike Spiegel, il cowboy dello spazio.

Se siete incuriositi non esitare a usare Google, io vi lascio con la sigla iniziale della serie TV, composta dai Seatbelts. Questa è Tank!: “I think its time to blow this scene get everybody and their stuff together ok 3..2..1 lets jam”

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Oltre Matilda: l’anima nera di Roald Dahl

Recensione di “Il meglio di Roald Dahl”, Le fenici tascabili – Guanda

Un bordello nel Cairo anni ’40. Un collezionista di dita umane. Uno snervante tic all’occhio. Una nascita terribilmente sventurata. Un inquietante gatto argenteo.

Il meglio di Roald Dahl non è un libro per bambini.

La raccolta conta venti racconti poco conosciuti dell’autore di Matilda, Le Streghe e Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato. Racconti in cui la vena più cinica e macabra di Dahl, sotterranea nel resto della sua produzione, è lasciata liberamente esplodere: gli spiazzanti finali a sorpresa e le ambientazioni alienanti contribuiscono a sviluppare il senso di inquietudine e il continuo ed insopportabile crescendo di tensione.

Ogni racconto è diversamente tragico e similmente spassoso. La psicologia dei personaggi viene definita con pochi, ma crudelmente precisi, tratti sottili, una narrazione essenziale accompagna lo svolgersi della trama senza lasciare spazio né al politically correct né al sentimentalismo. Lucidamente, la penna di Dahl accompagna i protagonisti alla catastrofe o allo svelamento della catastrofica verità.

Roald Dahl stesso lamentava, nell’introduzione del suo Libro delle storie di fantasmi di non essere mai riuscito a scrivere un vero racconto del soprannaturale, perché, sosteneva, “i buoni racconti di fantasmi, come i buoni libri per ragazzi, non sono affatto facili da scrivere”. Una volta gli era sembrato quasi di avercela fatta ma “inutile: il segreto mi sfuggiva”. Eppure, leggendo questa antologia, sembra non possa esistere niente di più vicino ai migliori racconti di Poe della produzione “per adulti” di Roald Dahl. Certo, un Poe moderno, realista e caustico, capace però di trasmettere lo stesso senso di disagio prolungato, la stessa sensazione di terrorizzata curiosità.

Consiglio di leggere questa deliziosa raccolta dai toni piacevolmente sinistri in una giornata scura, immersi in una vasca da bagno piena fino all’orlo, come nell’apertura del primo racconto. Vi assicuro che un po’ di sano humour inglese vi farà solo bene. E se a fine lettura tutto dovesse apparirvi meno rassicurante del solito vorrà dire che Dahl avrà – di nuovo – colpito nel segno.

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Dichiarazione d’intenti

“Tu lettore fremi di vita e orgoglio e amore come io fremo,

dunque siano per te questi canti.”

Walt Whitman

Immaginate un fiore di vetro.

Galleggia etereo nella nebbiosa immensità del cielo invernale riflettendo in ogni petalo trasparente una sfumatura diversa. Al suo interno occhieggia un polline dorato dal quale si diffonde una luminosità mielata e ipnotica.

Chiamiamo questo fiore Meraviglia. O Madre di Tutte le Meraviglie.

Ora, ammettiamo che per chissà quale evento di borgesiana memoria, il fiore si sia scomposto in migliaia di frammenti traslucidi o spore-splendore-di-specchio generando le bellezze passate, presenti e future. L’infinità dell’Universo garantisce l’infinità delle meraviglie. La limitatezza delle nostre vite implica l’impossibilità di giungere ad una loro totale conoscenza.

A questo proposito io, egocentrica studentessa del terzo anno, mi propongo di mettervi al corrente, con precisa e pedante scadenza bisettimanale, delle meraviglie che mi capiterà di incontrare lungo la strada sotto forma di libri libretti fumetti e quant’altro, nella speranza di riuscire ad illuminare almeno uno dei vostri dotti neuroni, magari quello lasciato libero dall’ultimo capitolo dei Promessi Sposi, fra un paradigma e una perifrastica.

Ah, per chi malauguratamente non fosse al corrente dell’identità dell’autrice: trattasi di pulzella più o meno biondo chiomata dallo scilinguagnolo sciolto. Con un po’ di fortuna potrete avvistarmi mentre saltello beata per i corridoi del liceo, argomentando allegramente e ridendo in modo sgangherato. Evoluzionista, acida, steampunk, illuminista, amo i vecchi libri di viaggio, il gin fizz, il vento e il mare d’inverno. Affetta da un ingombrante complesso di superiorità, non vedo l’ora di tartassarvi con i miei articoli, si spera liberando, attraverso questa valvola di sfogo, l’amata compagna di banco e di sventura dai miei sproloqui surreali e dalle mie invettive sanguinarie. Almeno fino alla prossima ora di religione.

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Il meraviglioso viaggio di un giovane Englishman

“Bahia, o San Salvador, Brasile, 29 febbraio 1832 – La giornata è stata deliziosa. Ma anche il termine stesso di delizia è inadeguato a esprimere i sentimenti di un naturalista che per la prima volta ha vagato attraverso una foresta brasiliana. L’eleganza delle erbe, la novità delle piante parassite, la bellezza dei fiori, il verde lucente del fogliame e, sopra ogni altra cosa, il rigoglio della vegetazione mi riempivano di ammirazione. (…) Per chi è appassionato di storia naturale, un giorno come questo reca con sé un piacere così grande che egli non oserà sperarne uno migliore.”

E’ così che il ventitreenne Charles Darwin, appena approdato a Salvador, commenta il suo primo contatto con la foresta sudamericana. Il Beagle, brigantino della Marina Militare su cui è imbarcato, è salpato da Plymouth Sound il 27 dicembre di quell’anno sotto il comando del capitano Robert FitzRoy.

Ho trovato il libro, nato dagli appunti presi durante il viaggio, semplicemente meraviglioso. Si tratta in tutto e per tutto di un romanzo d’avventura: un brillante spaccato dell’epoca emerge dalle annotazioni riguardo la vita sulla nave e i paesi visitati, racconti di furiose tempeste e cucina tipica sudamericana si intrecciano con nozioni geologiche e temibili febbri tropicali. Lunghe battute di caccia si alternano a curiosi incontri con i locali, il mal di mare fa da contorno a considerazioni più o meno moderne riguardo imperialismo e schiavitù. Il giovane protagonista si muove in un vivace mondo ottocentesco osservandolo attraverso la lente del suo sguardo sospeso fra illuminismo e passione romantica. Darwin è l’occidentale curioso che, senza scomporsi, esplora i nuovi confini disegnati dall’espansionismo europeo, mantenedo sempre, come sottolinea Paolo Costa nella ricca introduzione al testo, “la sobria amabilità e l’aria stupefatta di chi sembra appena atterrato da un altro pianeta”.

Ovviamente il fascino dell’opera è accresciuto dalla consapevolezza del ruolo ricoperto da questo viaggio intorno al mondo nell’elaborazione della teoria darwiniana: è infatti a partire dell’intenso lavoro di ricerca svolto durante la traversata che il naturalista, una volta tornato in Inghilterra e stabilitosi nella famosa Down House – da lui stesso definita “un Beagle ormeggiato e spazioso”- ,  ideerà la teoria dell’evoluzione, un’intuizione grandiosa e di un’elegante semplicità, capace di esprimere la struggente bellezza della natura e di chiarirne gli stupefacenti meccanismi.

Ogni capitolo, ogni osservazione, contribuisce a tratteggiare un realistico profilo dell’autore, abbozzandone un ritratto contraddittorio e, di conseguenza, profondamente umano. Capisco che questo possa turbare le povere menti indifese di chi vede in Darwin uno spauracchio barbuto e accigliato il quale, istigato da chissà quale divinità infernale, vorrebbe definirci tutti come figli del caos, scuotendo le nostre convinzioni da oratorio.  Io spero solo che leggendo Viaggio di un naturalista intorno al mondo dimenticherete, almeno per un po’, il rumore mediatico e le innumerevoli ridicole critiche da sempre legate alla teoria darwiniana, facendovi investire dalla freschezza espressiva, dall’appassionata ricerca e dalla stupita ed imperturbabile giovinezza dell’io narrante, estasiato nel descrivere paesaggi esotici come nel raccogliere la montagna di dati rivelatrice del, per dirla con Dawkins, “più grande spettacolo della Terra”.

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L’irrazionale leggerezza dei numeri

L’irrazionale leggerezza dei numeri è uno spettacolo portato in scena dalla fondazione Pacta al teatro Carcano di Milano e realizzato con la consulenza del prof. Franco Pastrone dell’Università di Torino in collaborazione con Daniele Gouthier. Argomento della rappresentazione: la scuola pitagorica, i suoi intrighi e le sue scoperte.

Lo spettacolo viene presentato, sul sito del progetto, come “giocato sulla contrapposizione luce/ombra” e fondato sul dualismo fra la figura apollinea di Pitagora e quella dionisiaca di Ippaso, suo discepolo e antagonista.

In realtà i riferimenti a questi temi appaiono secondari e piuttosto confusi; le buone idee alla base dello spettacolo – come il confronto continuo con il mondo onirico – sono molte, quasi troppe e, di conseguenza, non vengono mai sviluppate fino in fondo. Sono gli stessi attori a ricordarci, ancor prima di iniziare, che quella a cui stiamo per assistere è solo una evocazione. A conti fatti, questa precisazione suona come una scusante: un comodo mezzo per discolparsi da qualunque accusa di approssimazione, incoerenza o scarsa chiarezza. E’ soprattutto la sceneggiatura fumosa a compromettere la qualità della rappresentazione, rivelando la propria fragilità nel finale sgradevolmente sospeso, negli stacchi ingiustificati e nelle ripetizioni. Lo stesso titolo appare poco ragionato e fuorviante, applicato ad uno spettacolo che con Milan Kundera e i suoi romanzi non c’entra proprio niente.

Dal punto di vista della recitazione si susseguono alti e bassi: dialoghi particolarmente riusciti ed errori grossolani. Le parti e i tempi non sono ben distribuiti. Ad esempio, l’interessante personaggio di Ippaso viene soffocato dalla recitazione della (troppo) appariscente protagonista in rosso (Maria Eugenia D’Aquino). La scenografia – astratta e monocroma – risulta accettabile anche se piuttosto statica, la colonna sonora sperimentale si rivela pretenziosa, scoordinata e poco significativa.

Le storture dello spettacolo finiscono per prevalere sul suo principale punto di forza che consiste nella scelta di operare nel campo della divulgazione scientifica, ancora inesplorato e d’avanguardia. Purtroppo la partecipazione di consulenti ed esperti di alto livello in questo caso non ha garantito un’efficace trasmissione di nozioni e suggestioni: i concetti matematici trattati sono pochi e illustrati in modo vago, nell’erronea convinzione che basti condire le battute con una buona dose di √2 per comunicare la scienza. Il risultato è un insieme disorganico di informazioni che non riesce a toccare il pubblico, tantomeno ad appassionarlo.

Ma il colpo di grazia che affossa definitivamente la qualità del progetto giunge imprevisto al termine dello spettacolo: una sedicente esperta appare in mezzo al palco dove, spaesata e seduta nervosamente, legge qualche formula e dà consigli per la prossima verifica di matematica. Grazie, molto gentile, ma non stavamo parlando dei pitagorici? Involontariamente riesce a trasformare la sua quasi conferenza colta in un’inutile ed insignificante appendice. Sorvolando sulle manie di protagonismo della D’Aquino, la quale non perde occasione nemmeno in chiusura per pubblicizzare se stessa, e sull’intervento marginale della regista Valentina Colorni, arriviamo ad una sintesi generale: L’irrazionale leggerezza dei numeri si è dimostrato uno spettacolo mediocre, con molti buoni spunti e altrettante cadute di stile, debole dal punto di vista della comunicazione scientifica e ancor più svilito, se possibile, dalla squallida conferenza finale. Uscirete dalla sala confusi, leggermente annoiati e con una sola domanda: “Ma si dirà pi greco o pi greca?”

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