
Il Piccolo Teatro Grassi di Milano ha ospitato, dal 28 febbraio al 5 aprile, una nuova Santa Giovanna dei macelli, primo incontro del regista Luca Ronconi con il teatro di Bertold Brecht. Il dramma del 1930 esamina, rincorrendo l’attivista santificata Giovanna Dark e il “re della carne” Pierpont Mauler, le tristemente attuali relazioni fra industriali, operai e benefattori. Sullo sfondo, un’inospitale Chicago in pieno ’29.
Ronconi prende coraggiosamente le distanze sia dalla funzione didattica brechtiana sia dallo schema rappresentativo fissato da Strehler. Si sceglie quindi di spostare l’attenzione dalla dimostrazione ideologica all’approfondimento dei rapporti fra i personaggi, architettando un’opera tanto dichiaratamente infedele all’originale quanto maestosa – e allo stesso tempo tagliente, soffocante, lieve, spietata, solenne, toccante e ironica.
E’ così che il testo di Brecht riacquista inaspettatamente vita, e lo fa con una crudezza tanto sottile e nauseante da non poter non ricordare la favola nera di Sweeney Todd, celebre quanto anonimo romanzo della tradizione inglese. Paragone avvalorato anche a livello contenutistico dall’analisi di Cristiano Armati, il quale ha sottolineato come il diabolico barbiere di Fleet Street debba leggersi quale “metafora di un capitalismo che, dopo aver trasformato le persone in merce (o, come usano dire gli economisti, in “forza lavoro”), non ha più nessun altra alternativa che quella di divorare se stesso”. Letteralmente, ci verrebbe da aggiungere dopo aver assistito al racconto della morte del signor Luckerniddle. Questa atmosfera luttuosamente fatalista si riflette nelle impressionanti e tragicomiche scenografie ispirate all’estetica scarna dei cartoon firmati Warner&Bros: il set sembra essere stato messo insieme a partire da prodotti A.C.M.E., la mitica, catastrofica e politicamente scorretta ditta dove si rifornisce Will il Coyote: vi figurano infatti carrucole giganti, teleschermi mobili e mastodontiche lattine di carne in scatola. Accantonato Dessau, il tutto viene accompagnato dalla grandiosità della Giovanna D’Arco di Verdi.
Ma a spiccare sull’essenzialità polverosamente steampunk delle scenografie e sulla lieve crudeltà dell’intreccio è, come anticipato, uno scontro fra psicologie. Le diverse personalità, in contraddizione con il mondo e con loro stesse, si sviluppano senza mai perdere di vista quella platonica opposizione tra “anima alta” e “anima bassa” tratteggiata nelle battute finali. Sfilano Giovanna (Maria Paiato) delicatamente pedante e pedantemente delicata, Mauler (Paolo Pierobon) umanissimo antieroe shakespeariano, Slift (Fausto Russo Alesi) gentlemen deliziosamente demoniaco, la Luckerniddle (Francesca Ciocchetti) romantico rottame di donna, gli industriali tracotanti in disgrazia, gli ignavi membri dell’Esercito di Salvezza venalmente caritatevoli e masse proletarie di torbidi compagni (Roberto Ciufoli, Alberto Mancioppi, Giovanni Ludeno, Massimo Odierna, Gianluigi Fogacci e i giovani della scuola del Piccolo). Come nell’originale brechtiano, nessun personaggio può essere definito “completamente buono”; peculiarità sfruttata da Ronconi nell’ottica di una più profonda caratterizzazione dei personaggi: è impossibile non avvertire una nota stridente nei discorsi buonisti di Giovanna Dark, che, come una moderna Donna Prassede, dà l’idea di “prender per cielo il proprio cervello”. Ed è altrettanto impossibile non rimanere affascinati dalla tormentata e simulatrice interiorità di Pierpont Mauler, il quale, come uno schizofrenico nuovo Innominato, sembra essere nonostante tutto capace di una certa “grandezza nel male”.
Ci sarebbe ancora molto da dire ma, per concludere, in tre (brevissime!) ore questa Santa Giovanna dei macelli si è rivelata in grado di eccellere nei campi più disparati: ne sono esempi l’atmosfera suggestiva, il geniale allestimento delle scene, il ritmo vorticoso – “da maelestromm”, come ha suggerito Ronconi -, l’innovazione interpretativa, l’altissimo livello del cast. L’assenza di sbavature corona una tecnica pericolosamente vicina alla perfezione, capace di lasciare senza fiato. E, perlomeno nel mio caso, di riempire gli occhi di lacrime: non per la tragicità della vicenda – troppo cinica per commuovere-, ma per la sublime e rabbiosa bravura di Paolo Pietrobon. Una rappresentazione capace insomma di far amare il teatro, uno scopo altissimo, forse il più alto a cui uno spettacolo possa aspirare.